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giovedì 28 giugno 2012

La fine della primavera araba

Per Jamal Zahalqa, deputato palestinese alla Knesset, il parlamento israeliano, “l’affermazione di Mohammed Mursi alla presidenza in Egitto è una vittoria degli egiziani”.
Il leader del partito Alleanza Nazionale Democratica, si è complimentato con Mursi e, come avevano osservato altri politici palestinesi, anche secondo il suo parere il processo di consulta e quello elettorale conclusosi con la nomina di Mursi, è stato un matrimonio con la democrazia.
Anche Zahalqa parla di nuova fase colma di speranza per il futuro. Direttamente aggiornato sul dibattito interno allo Stato ebraico, il deputato sostiene che in Israele non c’è particolare preoccupazione per la vittoria di un candidato dei Fratelli Musulmani, dal momento che è più forte la convinzione che i problemi interni all’Egitto siano talmente estesi, da richiedere la priorità rispetto alla politica estera.
“Altri in Israele non credono in uno scontro aperto tra i due Paesi, perché tale ipotesi significherebbe togliere il pane agli oltre 80 milioni di egiziani”, prosegue Zahalqa con riferimento al taglio delle sovvenzioni statunitensi all’Egitto nel caso di un conflitto con Israele.
“E’ vero che l’Egitto avrà molto da fare al proprio interno, ma l’era di Mubarak non tornerà. Con la vittoria di Mursi, è finita la ‘Primavera israeliana’.
“Non credo che l’Egitto sarà mai uno stato al servizio di Israele, tutt’altro, è una realtà nazionale indipendente che detiene un rapporto speciale con i palestinesi e, anche per questo, gode di grande ammirazione nel mondo arabo”.

via "Agenzia stampa Infopal - www.infopal.it"

lunedì 4 giugno 2012

Tantum religio potuit suadere malorum


La situazione è sempre delicata quando si trattano argomentazioni che potrebbero urtare la sensibilità religiosa di molte persone. Oggi parlerò di aborto.
Immagino che tutti abbiate già fatto un rapido collegamento tra “religioso” e “cristianesimo”, in effetti da qui, dall’Italia, sentiamo solo una campana, quella di Città del Vaticano, che ci obbliga a pensare al mondo cattolico; io però voglio parlarvi di Islam.
Qualcuno sapeva che anche per l’Islam l’aborto è da ritenersi fuorilegge? Qualcuno sapeva che, però, a differenza di molte credenze e dicerie cristiane, per l’Islam la vita inizia dopo 4 settimane dal concepimento?
È proprio su questo che le leggi di tutti i Governi contemporanei basano le loro leggi pro-aborto. Attenzione, gli Stati più moderni, più contemporanei, più legati al politico che al religioso hanno creato permesso di aborto entro margini di tempo molto più ampi, ma la nota islamica è sempre in agguato e, dunque, si rischia di dover cambiare la legge.
In Turchia si sono svolte manifestazioni importanti, numerose e al femminile dopo che è stata lanciata l’idea di revisionare la legge sull’aborto, ovviamente in chiave islamica. Sino ad oggi in Turchia era legale interrompere una gravidanza sino a 10 settimana dal concepimento, ora i politici stanno optando per due differenti vie.
  1. Eliminare la legge che legalizza l’aborto e vietarlo in tutti i casi, fosse anche stupro su minore.
  2. Permettere l’interruzione di gravidanza entro 4 settimane dal concepimento prima, insomma, che inizi la vita.
octavio

martedì 10 aprile 2012

Meditazioni

“Perché taccio, passo sotto silenzio troppo a lungo
quanto è palese e si è praticato
in giochi di guerra alla fine dei quali, da sopravvissuti,
noi siamo tutt´al più le note a margine.
E´ l´affermato diritto al decisivo attacco preventivo
che potrebbe cancellare il popolo iraniano
soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo organizzato,
perché nella sfera di sua competenza si presume
la costruzione di un´atomica.
E allora perché mi proibisco
di chiamare per nome l´altro paese,
in cui da anni – anche se coperto da segreto -
si dispone di un crescente potenziale nucleare,
però fuori controllo, perché inaccessibile
a qualsiasi ispezione?
Il silenzio di tutti su questo stato di cose,
a cui si è assoggettato il mio silenzio,
lo sento come opprimente menzogna
e inibizione che prospetta punizioni
appena non se ne tenga conto;
il verdetto «antisemitismo» è d´uso corrente.
Ora però, poiché dal mio paese,
di volta in volta toccato da crimini esclusivi
che non hanno paragone e costretto a giustificarsi,
di nuovo e per puri scopi commerciali, anche se
con lingua svelta la si dichiara «riparazione»,
dovrebbe essere consegnato a Israele
un altro sommergibile, la cui specialità
consiste nel poter dirigere annientanti testate là dove
l´esistenza di un´unica bomba atomica non è provata
ma vuol essere di forza probatoria come spauracchio,
dico quello che deve essere detto.
Perché ho taciuto finora?
Perché pensavo che la mia origine,
gravata da una macchia incancellabile,
impedisse di aspettarsi questo dato di fatto
come verità dichiarata dallo Stato d´Israele
al quale sono e voglio restare legato
Perché dico solo adesso,
da vecchio e con l´ultimo inchiostro:
La potenza nucleare di Israele minaccia
la così fragile pace mondiale?
Perché deve essere detto
quello che già domani potrebbe essere troppo tardi;
anche perché noi – come tedeschi con sufficienti colpe a carico -
potremmo diventare fornitori di un crimine
prevedibile, e nessuna delle solite scuse
cancellerebbe la nostra complicità.
E lo ammetto: non taccio più
perché dell´ipocrisia dell´Occidente
ne ho fin sopra i capelli; perché è auspicabile
che molti vogliano affrancarsi dal silenzio,
esortino alla rinuncia il promotore
del pericolo riconoscibile e
altrettanto insistano perché
un controllo libero e permanente
del potenziale atomico israeliano
e delle installazioni nucleari iraniane
sia consentito dai governi di entrambi i paesi
tramite un´istanza internazionale.
Solo così per tutti, israeliani e palestinesi,
e più ancora, per tutti gli uomini che vivono
ostilmente fianco a fianco in quella
regione occupata dalla follia ci sarà una via d´uscita,
e in fin dei conti anche per noi.”
Gunter Grass

Queste le parole che hanno fatto scoppiare l’odio in Israele, inaccettabile che un compagno di fede e di stirpe divina possa divenire “il simbolo dell’antisemitismo”, così com’è stato definito da alcuni israeliani.

 “L’Italia ha sempre sostenuto l’esistenza di due Stati che vivano uno affianco all’altro in pace”
Mario Monti

 Diceva ciò mentre era obbligato a indossare kippa e paramenti ebraici: in Israele o ebreo lo sei o ebreo lo diventi.

 “La richiesta presentata all’ONU non è stato un atto per screditare Israele, lo si è fatto solo nell’ottica di arrivare ai due Stati, separati e in pace”.
Abu Mazen

Diceva ciò mentre i coloni israeliani distruggevano case e negozi in Territorio occupato.

 “Sì ai due stati, ma quello palestinese senza armi”
Benjamin Netanyahu

Le cazzate le dice solo lui.
michael

mercoledì 29 febbraio 2012

Secondo voi partiranno?

Una scelta interessante e non stupida. Una mossa arguta che potrebbe, se ascoltata, portare finalmente alla luce la o le verità nascoste da troppo tempo. Potrebbe, in più, togliere le fette di prosciutto che coprono troppi occhi di troppi pezzi grossi della politica internazionale che fanno finta di non vedere per continuare a trarre profitti.
Il rappresentante palestinese alle Nazioni Unite ha chiesto, provocatoriamente, al Consiglio di Sicurezza di organizzare, in breve tempo, una “gita” nei territori occupati per vedere che cosa la politica razzista e folle d’Israele sta producendo a quei famosi territori occupati che sono di diritto palestinesi e di forza israeliani.
Ovviamente nessuno ha fiatato, nessuno ha detto nulla; queste parole sono cadute nel vuoto, e non credo che nessuno mai le raccoglierà. Sarebbe troppo filopalestinese accettare una cosa del genere e sarebbe, dunque, troppo antisemita perchè tutto il mondo non si scagli contro questa decisione e così si lascia che tutto crolli.
Sono pronto anche a dire che se davvero l’Onu accettasse e si decidesse a trovare una data utile per tutti i rappresentanti che dovrebbero partire, Israele riuscirebbe, fosse anche in pochi giorni, a trasformare la realtà come oggi si presenta a chi va in Palestina in un mondo perfetto così da zittire gli importanti turisti. Per coloro che sono già pronti a dirmi che ora esagero, che questa è fantapolitica, rispondo invitandoli a “scovare” in internet che cosa è stato in grado di fare il Mossad in tutti questi anni di esistenza, vi assicuro che cambierete idea.
Mettiamo però il caso che non sia così come dico io, che davvero sia impossibile modificare la realtà, comunque il viaggio sarebbe un fallimento. Chiunque oggi si dice filoisraeliano, direi l’80% della popolazione mondiale, sarebbe in grado di giurare di non aver visto nessun muro, di non aver visto nessun filo spinato, di non aver visto colonie o checkpoint, di non aver visto mancanza di acqua, di luce e di cibo, di non aver visto morte e guerra. E per chi dice che anche stavolta sto esagerando questa domanda: Ricordate il nostro ex-Premier?
michael

domenica 19 febbraio 2012

Le passanti

Cos'è questo tempo che scorre tra le dita? Con quale nome la Storia ricorderà i nostri anni? Sentendo sul volto il vento della guerra incombente, ruggente e anelante ci chiediamo se in questi anni si sia effettivamente vissuti in pace. Quanti i passanti incrociati e lasciati andare, come è possibile che stiamo nuovamente e silenziosamente precipitando verso le armi? Nella nostra "grande" civiltà orientale, nella nostra Europa dimentica della sua Storia, la solitudine e la paura di non avere abbastanza denaro hanno reso l'altro uno sconosciuto, un passante e infine un nemico. Nemico per il posto di lavoro che occupa e che vorrei io, nemico per la macchina che guida e che io non ho, nemico invidiato e di nuovo odiato. Tutta la nostra divisione, il potere tecnico ed economico che pensavamo potesse svilupparsi all'infinito lasciandoci grassi mangiatori di elettronica ci ha visti invece sempre più soli e pian piano gli uni contro gli altri. Parafrasando il celebre verso possiamo dire; non chiuderti nelle tue stanze, resta amico dei ragazzi di strada, dei tuoi colleghi, insegnanti e vicini. Solo così possiamo di nuovo ricostruire quella terra di pace che vogliamo nonostante latentemente ci insinuino come inevitabile un intervento armato contro l' Iran.
IoLiOdioInazistiDellIllinois



mercoledì 1 febbraio 2012

Mid - Rosso

Nel mentre che alcuni giornali Israeliani hanno pubblicato immagini dell’area sacra di Gerusalemme, il sancta santorum di tutti le fedi monoteistiche, senza la Cupola della Roccia (una svista? Ovvio che no, la Bibbia dice che lì c’era il Tempio di Gerusalemme dunque sti musulmani che cazzo pretendono?) e il governo ha approvato un nuovo flusso migratorio di nuove 1200 (circa) famiglie ebree in territorio d’Israele (secondo voi dove le mandano ad abitare?), si parla di 6/7mila individui, per la stragrande maggioranza etiopi, dei falasha vi abbiamo già parlato, anche troppo, Netanyahu e il Ministro dei Trasporti, che di nome fa Yisrael (siamo messi bene!), lanciano la nuova idea geniale d’Israele: il Mid-Rosso.
Non è nulla di Comunista (ci mancherebbe!!!), è un treno, o meglio una nuova linea ferroviaria che collegherà Costa del Mediterraneo e Costa del Mar Rosso (ecco il perchè del nome) e sarà il nuovo mezzo per attaccare e mettere in crisi il mondo arabo, ovviamente su due fronti. Il primo, più evidente, è la concorrenza spudorata con il Canale di Suez, quindi, Egitto, vai pure a morire; il secondo è sul popolo palestinese (quello a morire ci va già), dove mai verranno posate le ferrovie? Non c’è nemmeno bisogno che risponda. Netanyahu ha così commentato: "La creazione di questa linea è di importanza strategica a livello nazionale e internazionale".
Chi fornirà il materiale e costruirà l’opera, circa 350km di strada ferrata? Il Made in China, Israele, non lo Stato ma il Ministro, ha infatti detto che: "Le capacità tecniche delle imprese cinesi nella costruzione di ferrovie e reti di trasporto sono tra le migliori al mondo", si è dimenticato di dire, va beh, piccola dimenticanza, che sono anche le più economiche al mondo. Che poi la Cina ha anche un altro valore importante in tutta la vicenda, la linea ferroviaria infatti avrà, al suo fianco, in futuro, un gasdotto per esportare gas in India e importare gas dalla Cina, appunto, la quale sembra abbia giacimenti di gas in fase di sviluppo.
Inutile stare qui a dirvi che Israele ci ha anche tenuto a dire che questo nuovo progetto in nessun modo è stato pensato per mettere in discussione il potere economico del Canale di Suez e non è nemmeno stato fatto per mettere le mani avanti date le agitazioni politiche egiziane.
Insomma, loro lo hanno fatto per amore e interesse della loro patria, che questo ovviamente voglia dire far dispiacere a qualcun’altro a loro non interessa minimamente.
michael

venerdì 27 gennaio 2012

Memoriale


Giorno della Memoria. Ricordiamoci che ciò che è accaduto non dovrà ripetersi più. Pensare a gente che perde le unghie nella disperata ricerca di arrampicarsi su pareti lisce per evitare il soffocamento provocato dal gas fa venire i brividi. Pensare alla mancanza di cibo, di igiene, di libertà, di cure mediche ci lascia sbigottiti. Pensare a che cosa è in grado di fare l’uomo fa venire voglia di farla finita. Non le bestie, non gli animali, questa è mostruosità.
Monito per tutti, perchè il 27 gennaio sia tutti i giorni.
E dato che bisogna ricordare le atrocità vi invito a leggere e guardare qui: perchè il mondo sappia che cosa l’uomo è in grado di fare, oggi, nel nostro mondo contemporaneo.
michael

lunedì 23 gennaio 2012

Ho un volo in partenza, non posso attendere...

Partiamo da un fatto: nessuno ha mai mosso un dito per risolvere la situazione in Yemen. Da mesi, ormai un anno, la gente protesta, la gente muore, l’estremismo prende sempre più piede; da sempre la gente muore. Yemen è sinonimo di povertà, Yemen è sinonimo di dittatura, Yemen è sinonimo di incomprensioni. Lo ripeto, nessuno ha mai fatto nulla, nemmeno la Lega Araba, nemmeno gli Stati Uniti, tutti si sono esposti con dichiarazioni blande tentando di risolvere la crisi interna con le chiacchiere più che con i fatti.
Risultato = il Presidente Saleh se n’è andato, con gioia e tranquillità è partito con il suo personale aereo superlusso per le ridenti aree omanite, lì rimmarrà qualche giorno per poi recarsi negli USA. E dove mai potrebbe recarsi un assassino? Ora, è vero che lui andrà la per ricevere cure mediche, è vero che gli USA hanno confermato questa sua dichiarazione, è vero che Saleh ha precisato che rientrerà in Yemen prima delle prossime elezioni così da poter essere nuovamente a capo del suo partito ed è sempre vero che gli USA hanno precisato che il presidente yemenita starà da loro per breve tempo, ma voi ci credete davvero?
Io non metto in dubbio la malattia e non discuto sulle cure mediche, se uno ne ha bisogno ne ha bisogno, ma mi volete fare credere che le fanno solo nei potenti Stati Uniti d’America?
Ma, soprattutto perchè Saleh andandosene avrebbe dovuto chiedere scusa per i suoi errori e avrebbe dovuto dichiarare che sì è ora di cedere il potere? Io direi che c’è troppa puzza di bruciato.
octavio

giovedì 29 dicembre 2011

La xenofobia ultra ortodossa

Partiamo da una città, Bet Shemesh. Da alcuni giorni su molti giorni, anche a livello internazionale, per le proteste che hanno visto migliaia di israeliani scendere in piazza e chiedere a Netanyahu un cambiamento su quelli che, a loro dire, sarebbero modi troppo antiquati di trattare le donne.
Ma che cos’è Bet Shemesh? L’abbiamo detto, una città, una cittadina troppo vicina a Gerusalemme per non essere golosa per gli ebrei sionista che popolano il territorio palestinese e così, da che Israele ha occupato la Terra Santa (non solo per loro) ha iniziato a rimpinguare quella città di ebrei. non ebrei particolari, tutti ebrei ultraortodossi, poi ci ha ficcato dentro un gruppo di palestinesi filoisraeliani e ha creato quindi due comunità: ebrei ultra ortodossi Bet Shemesh A, palestinesi filoisraeliani Bet Shemesh B. Con l’arrivo dei felasha (in vecchi post tutta la loro storia di deportazione) un nuovo gruppo ha preso residenza in quella terra.
Ora, alla faccia di tutti quelli che credevano solo l’Islam capace di “atrocità” in tematica di rispetto delle donne il fatto. Bet Shemesh è sulla cronaca di molti giornali e ha vista l discesa in piazza di molta, moltissima popolazione israeliana per il suo modo di comportarsi con le donne: 1. la donna non può vestirsi se non di nero 2. la donna deve sedersi esclusivamente nella parte posteriore dei mezzi pubblici (non facevano così, in altri tempi e in altri luoghi anche con i neri?) 3. la donna deve dimostrare la sua modestia sempre, sopratutto deve essere sottomessa all’uomo.
Certo non è che queste “regole” sono nate da un giorno all’altro, queste regole esistono da che gli ultra ortodossi lì abitano, solo che l’odio xenofobo sionista si è da qualche giorno scagliato contro una piccola e indifesa bambina di 8 anni che si è rifiutata di vestirsi di nero. Una bambina che ha ora smesso di andare a scuola per evitare gli insulti e gli sputi lungo la strada (tutti fatti da uomini adulti) e dei suoi compagni di classe.  
La piazza ha dunque chiesto una netta e decisa presa di posizione di Netanyahu, non solo per la figura di merda che Israele sta facendo a livello internazionale, non solo per la figura di merda che l’Ebraismo sta facendo a livello religioso, ma anche perchè vivere così è non vivere. Netanyahu ha risposto, ha detto che sta pensando, dato che con l’anno nuovo nuove abitazioni verranno costruite a Bet Shemesh, di dividere la città in due parti, da un lato gli ultra ortodossi, dall’altro la gente “normale”.
Voi capite la stupidità della cosa? Non risolve il problema definendo scioccanti le posizioni degli ultra ortodossi (si sa, questi gli servono da mandare come guerrieri negli avamposti colonici che ogni giorno crescono nei territori occupati), no lui decide che chi è ultra ortodosso accetta tutte le regole e, quindi le donne ultra ortodosse si scazzano, che stiano pure sotto il razzismo dei loro mariti, l’importante è che la cosa venga messa a tacere. Perchè? Perchè lui è ora troppo impegnato al nuovo piano edilizio da emanare con l’anno nuovo.
michael

martedì 22 novembre 2011

Chiudetele tutte!

UNRWA seeks to protect refugees against infringements of their human rights, such as eviction, displacement, or restriction of movement. UNRWA monitors violations of international law and advocates for the protection of Palestine refugees’ rights. The Agency also provides emergency assistance to victims of house demolitions, evictions, and refugees whose property is damaged as a result of conflict.

Questa è la presentazione che la stessa Agenzia dà di se stessa sul suo sito, vi invito a visitarlo qui, essendo molto interessante e aggiornato non con saltuarietà. Tutti sanno il lavoro che l’UNRWA compie a favore dei profughi palestinesi, in particolare, mediorientali in generale e tutti sanno, nel senso che è facile da intuire, che dà molto fastidio a Israele la presenza di una così prestigiosa e, soprattutto, internazionale agenzia sul territorio che vorrebbe conquistare (basta ricordare la scuola bombardata durante Piombo Fuso).
Il solo fatto che si batta per dare un tetto ai rifugiati, il fatto che si impegni nella ricostruzione delle case abbattute da Israele, il fatto che a livello internazionale sputtani tutto l’operato della “democrazia” sionista non è certo qualcosa che possa andare bene a Netanyahu e Soci Ministri.
Che cosa hanno allora ben pensato di proporre? Chiudere l’Agenzia. Forti del fatto che gli USA hanno già tagliato i fondi all’UNESCO, causa riconoscimento dello Stato Palestinese, hanno pensato che sia giusto agire ora.
Ma perché chiuderla? State bene attenti perché questa è la follia delle follie, si deve chiudere l’UNRWA perché è un ostacolo per qualsiasi futuro accordo con i palestinesi, perché non lavoro per la pace e, soprattutto, perché non riconosce il numero di rifugiati palestinesi che accetta Israele (per l’UNRWA sono, ovviamente, molti di più). Essendo un’Agenzia in pieno disaccordo con Israele e la sua politica, solo per questo, merita di essere chiusa.
michael

martedì 1 novembre 2011

Di nuovo in galera

Lo stimo anzitutto perché è un blogger, lo stimo poi perché ha saputo dire, sempre, che le cose non andavano bene, lo stimo perché lo ha fatto in un paese dove si rischiava molto, lo stimo perché anche dopo la galera, impostagli da Mubarak è ritornato più forte di prima e, insieme a sua moglie, è stato uno degli ideatori della Primavera Araba.
In sintesi stimo Alaa Abd El Fattah perché per un ideale ha dato e dà la vita, almeno qualcuno che si interessa a qualcosa RISCHIANDO ancora esiste.
Certo il post non vuole però solo essere un elogio, nessuno che sa “combattere” con le parole ama troppo i complimenti e dunque oggi scrivo per un motivo ben preciso: el Fattah è tornato in prigione. Per ora una condanna di 15 giorni che, però, potrà essere allungata a dismisura a seconda del gusto e del piacere dei giudici e dei politici che li comandano.
Lo scandalo è dunque che nell’Egitto post rivoluzione, quell’Egitto che si sarebbe dovuto e avrebbe voluto liberarsi dei dittatori torna la repressione.
El Fattah è in carcere per incitazione alla violenza contro i militari, un’incitazione che a suo dire non è mai avvenuta, e io, sarò di parte finchè volete, ci credo, è impensabile per me che l’ideatore delle proteste sia un violente e un aizzatore.
Perché allora è stato messo in carcere se le accuse sono false? Per la sua tradizione. Sì, proprio per questo. La sua famiglia ha la “tradizione” di essere di sinistra e di aver sempre smascherato le magagne organizzate dal potere, ciò fa paura.
I migliori auguri al nuovo governo egiziano, se, nato da una rivoluzione, ha già paura di avere scheletri nell’armadio non avrà di certo vita lunga. Se, nato da una rivoluzione, ha già degli scheletri nell’armadio è spaventoso sottolineare con che velocità la corruzione cambia la mente umana.
octavio

mercoledì 19 ottobre 2011

Gilad Shalit È libero

foto Ansa
C’è chi festeggia per 1 e che chi festeggia per 450, non è tanto la quantità ma il festeggiamento che è importante. C’è chi lancia colombe come segno di un nuovo passo avanti e chi abbraccia i propri cari dopo anni di assenza. C’è chi si preoccupa di giocare sui festeggiamenti per ottenere nuovi consensi politici e chi non riesce a trattenere le lacrime dalla gioia. C’è chi ha la forza di fare un saluto militare all’esercito che lo ha liberato (o, almeno, è bello pensarlo) e chi ha la forza di alzare una bandiera di Hamas per ringraziare il partito che lo ha liberato (o, almeno, è bello pensarlo).
Ciò che mi fa uscire dai gangheri (e notate come sto cercando di trattenermi…) è che la stampa racconta di un Gilad Shalit stanco, frastornato e magro (qualche medico dice addirittura denutrito), mentre si disinteressa dei 450 prigionieri che hanno fatto rientro a Gaza e Cisgiordania, loro sicuramente magri, sicuramente stanchi, sicuramente frastornati non hanno diritto sono stati solo “il prezzo da pagare”. Il mondo intero è dunque colpevole, insieme a Israele, di fomentare la distorsione delle notizie così da dare ragione a uno piuttosto che a un altro. Tutti hanno parlato degli uomini incappucciati e con fascia verde che hanno accompagnato Shalit alla frontiera egizia, loro sì che sono il volto del terrorismo…, nessuno parla dei soldati che hanno portato i prigionieri alla “frontiera” (magari esistesse) palestinese.
Per il mondo intero ora Shalit è un eroe, un sopravvissuto che ha passato le pene dell’inferno, per Israele è un mito che di certo avrà (di diritto) possibilità di scalare il potere sino alle cime più alte. Per il mondo intero i 450 palestinesi liberati (e altri 550 sono lì davanti alle porte in attesa che vengano aperte) sono e rimangono terroristi, per Israele sono feccia senza diritto e senza possibilità di pretesa.
Ora però c’è un fatto che tutta la stampa tace e che solo la stampa palestinese ricorda (beh, ovvio..): Gilad Shalit È libero. E voi mi direte: “E quindi? Ce lo hai appena detto, non siamo mica scemi”. E io lo torno a ripetere: Gilad Shalit È libero. Ciò significa che il blocco totale su Gaza DEVE essere rimosso; lo ripeto: IL BLOCCO TOTALE SU GAZA DEVE ESSERE RIMOSSO.
michael

mercoledì 12 ottobre 2011

Quando lo squalo incontra per la prima volta i pesci

5 anni fa veniva catturato e incarcerato Gilad Shalit, oggi arriva la notizia che nella notte il Governo d’Israele ha votato un accordo che prevedendo la liberazione di mille detenuti palestinesi permetterà il rientro a casa del soldato israeliano. I commenti si sprecano al riguardo, la stragrande maggioranza sono tutti festanti per la liberazione di Shalit e pessimisti sulla liberazione dei mille palestinesi: il concetto chiave è per liberare un “martire della patria” faranno uscire mille farabutti, per non dire terroristi.
Intanto su questi mille Israele ci ha tenuto a fare delle distinzioni e, infatti, alcuni una volta liberati potranno tornare alle loro case in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, altri, soprattutto deputati, faranno rientro a Gaza, altri, circa duecento, saranno espulsi dalla Cisgiordania e o andranno all’estero o andranno a Gaza. Con quale criterio? Beh questo non ci è dato saperlo, possiamo solo immaginare cosa possono inventare Netanyahu e i suoi, già sui metodi di scarcerazione ci sarà, purtroppo, da vederne delle belle.
Ora, voi sapete che cosa stava facendo Shalit nel momento della cattura? Bombardava case palestinesi da un carroarmato, non è atto terroristico anche questo? Non è delinquente tanto quanto coloro che, palestinesi, lanciano razzi su Israele? È giusto sottolineare che Shalit non è un eroe, è solo un prigioniero di guerra, una guerra che anche lui contribuiva a fomentare.
Squallido è allora sapere che la sede del Parlamento europeo apre le sue porte ai centinaia di visitatori che vorranno conoscere meglio un personaggio reso martire per compiacere a Israele: Gilad Shalit. "Quando lo squalo incontra per la prima volta i pesci" è il titolo dell’esposizione, il titolo spiega bene la posizione di Israele sui palestinesi e proprio perché la spiega bene avrei di gran lunga preferito che il mondo si mobilitasse per tutti quei carcerati che in tutto Israele scioperano per la fame, non certo per un soldato che non ha fatto nulla di speciale, anzi, stava solo cercando di sterminare un popolo.
michael

mercoledì 14 settembre 2011

Camminare sulle acque

La stampa intera riporta il monito che arriva dal nuovo Egitto “rivoluzionato” e detta per bocca del nuovo “santone” mediorientale Erdogan: “Riconoscere lo Stato Palestinese è un dovere”. E io sono d’accordo, certo è che di maggiore interesse un’altra dichiarazione successiva a queste parole: “La loro causa (del popolo palestinese) è una questione di dignità umana”. È questa le verità, bisogna riconoscere la Palestina per ridare dignità a un popolo da troppo tempo sofferente e violentato.
Israele si trova ormai, a pochi giorni dall’incontro dell’ONU, sulla cima di un dirupo, da un lato la primavera araba che non lascia di certo tranquillo il Governo Israeliano, dall’altro la distruzione dei rapporti fra Israele e Turchia.
È di pochi giorni la dichiarazione preoccupante di volontà di forzare il blocco navale a Gaza da parte dell’esercito navale turco per permettere l’arrivo di aiuti umanitari, i turchi dicono che è un’azione per difender la libertà di navigazione; Israele dichiara, forte anche delle dichiarazioni ONU, che l’azione sarà illegittima. Sarà quel che sarà, la preoccupazione va a una nuova guerra in mare, e non sarebbe di certo piccola dati i rancori che da troppo tempo vengono sottaciuti e fomentati.
Infine le proteste interne. Ciò che stavolta è importante sottolineare è che per la prima volta, da quando Israele è nato, le proteste sono per il sociale e non per la sicurezza.
Il governo dunque si trova di fronte a un problema: politica di sicurezza o politica sociale? Certo è che per la politica sociale bisognerebbe abbandonare la politica sionista, sarà possibile? Forse sì, certo è che bisogna cambiare, ribaltare, il governo.
michael

martedì 12 luglio 2011

Il Quartetto suona la stessa musica

Si è soliti ascoltare un quartetto d’archi e invece oggi l’attenzione è tutta sul Quartetto che a Washington si è ritrovato per cercare una mediazione che dia nuova vita al Medio Oriente. Essendo però che difficilmente chi non vive nel Paese in questione può dare consigli utili per il superamento dei problemi interni, anche stavolta il Quartetto si è fermato su di un nulla di fatto. Per non fare passare l’incontro come nullo sono state presentate svariate scuse, prima fra tutti i difficili rapporti che da anni intercorrono tra Palestina e Israele (che novità), fra le tante una mi fa arrabbiare. È stato difficile per il Quartetto proporre una soluzione valida soprattutto perché la Palestina è irremovibile sulla sua decisione di presentare all’ONU la richiesta di riconoscimento dello Stato Palestinese. Data questa dichiarazione (ricordo che il quartetto di incontrava negli Stati Uniti e quindi doveva tener conto delle lobby ebraiche in loco) tutta la colpa viene data in mano ai palestinesi, così da farli passare nuovamente come carnefici e non come vittime.
Premetto che io ritengo sia giusto che la Palestina presenti questa richiesta all’ONU ma anche se ciò fosse davvero invalidante per i negoziati perché nessuno ha parlato della legge che ieri, giorno dell’incontro, la Knesset ha approvato e che lo stesso Netanyahu avrebbe voluto votare più avanti proprio per non passare inviso al Quartetto? È evidente che non si voglia mai presentare Israele come carnefice. La legge in questione prevede sanzioni severe, pecuniarie e non, per tutti coloro che, persone o istituzioni, richiedano o attuino un’azione di boicottaggio nei confronti degli insediamenti: boicottare un insediamento è boicottare Israele.
Perché nessuno ha parlato di questo? E non mi venite a dire che è solo un modo per preservare la popolazione israeliana perché ogni giorno tutti i palestinesi boicottano gli insediamenti anche solo protestando davanti ad essi, questa è una nuova legge che da un lato permette di mettere in croce la popolazione araba e dall’altro giustifica la costruzione continua e forzata di nuovi insediamenti, chiunque infatti si opponesse alla costruzione di nuovi avamposti ora può esser punito dalla legge.
Non pensate che la costruzione indiscriminata di case e colonie sia un motivo ancora più invalidante i dialoghi di pace di una richiesta di riconoscimento del proprio stato? Il problema è che a livello mondiale si è voluto descrivere il mondo mussulmano come violento e quello sionista come buono e ora tutti ne paghiamo le conseguenze, anche noi che per questo motivo stiamo perdendo la capacità critica.
michael

sabato 25 giugno 2011

Ragazzate sioniste

Spesso vengono giustificate un’azione grave o una dichiarazione folle con l’etichetta “atto o commento di un adolescente”, “una ragazzata” ecc. Io posso credere a ciò solo se colui che compie il fatto è davvero un ragazzo, meglio ancora se un giovane; dai 15/16 anni una persona ha già un’idea personale su ciò che accade nel mondo, inizia ad avere un giudizio critico fondato su motivazioni autentiche e quindi l’idea di una “ragazzata” inizia un po’ a vacillare. Ampia premessa per raccontarvi cosa ha fatto il figlio di Benjamin Netanyahu, Yair Netanyahu. Come tutto il mondo (perché qui non si parla più di ragazzi) ha un suo profilo facebook e, come tutto il mondo, si diletta a scrivere ciò che gli passa per la testa e pubblicarlo, così che i suoi amici possano commentare. Fin qui nulla di male, tutti lo fanno, c’è chi è d’accordo e chi no ma non è certo un delitto scrivere quello che uno pensa. Il problema si pone quando i commenti pubblicati sono del genere: “Il terrorismo ha una religione: l’Islam”; “Non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani”; “I palestinesi non hanno una terra, questo è lo stato di Israele. Non c’è mai stato nella storia uno stato Palestinese”.
Voi queste dichiarazioni le definireste “una ragazzata”, dette oltretutto dal figlio del Premier sionista d’Israele che accoglie nel suo stato chi vorrebbe creare campi di sterminio per palestinesi, o chi definisce “insetti da schiacciare” gli arabi, o chi si fa le foto con i palestinesi arrestati e bendati sempre da mettere su facebook, o chi si diverte a mettere su youtube modificazioni di canzoni che inneggiano all’uccisione dei palestinesi?
I legali di famiglia Netanyahu così commentano: “I commenti sono già stati rimossi, Yair si è espresso in un forum virtuale, ma è pronto a vivere in pace in Israele con le persone di tutte le identità essendo rispettoso di tutte le persone”.
L’unico commento che posso fare a tutto ciò mette me nella condizione di irrispettoso nei confronti dei legali e di Yair Netanyahu, ma non mi interesse. L’unico commento che posso fare è questo: ma vaffanculo!
michael

giovedì 23 giugno 2011

Usati e abbandonati

Nel 2009 Obama aveva dichiarato che 33mila soldati sarebbero andati in Afghanistan a dare man forte ai 100mila già presenti e stabili sul territorio. Un invio che aveva fatto storcere il naso a molti e fatto arrabbiare tanti altri (anche me) perché lui era stato anche eletto per porre fine alla guerra e invece con questo atto dava il via a una nuova fase contro i talebani. Ieri ha annunciato la sua exit strategy, per dargli un nome più altisonante, e ha così precisato che 10mila soldati se ne andranno entro l’anno e tutti i rimanenti rientreranno a casa entro il 2014.
Mi sono voluto mettere nei panni della gente che Obama sta decidendo di spostare e voglio condividere con voi ciò che penso.
I soldati saputa la notizia saranno sicuramente gioiosi, sapere di ritornare ad abbracciare i propri cari al massimo entro tre anni deve essere una gioia piena e sincera, ma su tutti questo 100mila soldati quanti rientreranno in patria senza problemi permanenti fisici e psicologici? Quanto prima del 2014 moriranno ancora? Quanti rimarranno mutilati? E parlo di quelli che ancora sono sul territorio, ma non è giusto dimenticare chi è già morto e chi è già stato segnato a vita.
I parenti dei soldati saranno anche loro felicissimi, ma io credo che stiano contando i giorni, le ore e i minuti che li separano da quel 2014 e stiano pregando (in questo caso qualsiasi dio è valido) per la vita e la salute dei propri cari, tre anni sono tanti, tre anni sono troppi.
Infine c’è la popolazione afgana, quella che dal 2014 rimarranno senza esercito americano e senza eserciti “amici” e solo in mano al loro esercito, la loro polizia e il loro governo. Un paese alla sbando sarà lasciato (se è vero quello che dice Obama ma qui il motto “se non vedo non credo” è assolutamente d’obbligo) da solo a gestire il peggior dopo guerra che la storia abbia mai visto; e va precisato anche che anche se l’America se ne andasse la guerra e la violenza di certo non finirebbe di botto.
La dichiarazione di Obama allora a cosa serve? A mettere a tacere chi lo ha votato. Ora però che gli anni di guerra e colonizzazione in Afghanistan sono passati abbandonare il paese a se stesso è mandarlo a morte certa. Il problema è sempre stato e sempre sarà la guerra. Aver portato una pace armata in un paese che già traballava è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: da lì ormai nessuno se ne potrà mai andare e a rimetterci sarà sempre la popolazione.
octavio

sabato 23 aprile 2011

La via dolorosa continua

Oggi per il mondo cristiano è la giornata del silenzio, del doloroso silenzio che attende la speranza preannunciata da chi sulla croce pendeva. In questo silenzio vorrei ricordare alcune delle vie dolorose che nel mondo continuano a essere percorse, in particolare, data la mia indole, mi soffermerò sul mondo mediorientale.
Vorrei ricordare le proteste e gli scontri in Palestina: a Bil’in, la città delle proteste pacifiche, decine di feriti e decine di auto incendiate.
Vorrei ricordare la Siria: in una giornata di proteste 75 le persone rimaste uccise per mano dell’esercito.
Vorrei ricordare la Libia: donne e bambini sono i nuovi bersagli della follia dittatoriale del leader da troppi anni al potere.
Vorrei ricordare il Bahrein: una poetessa, vent’anni, ripetutamente stuprata e picchiata fino alla morte (avvenuta in ospedale dove era arrivata già in coma) solo perché scriveva poesie contro il regime.
Vorrei ricordare che il mondo è marcio, a molti può fare schifo, a molti può sembrare inutile viverci sopra, a me fa dire: “Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov'è questo Dio?”.
michael

mercoledì 13 aprile 2011

In fiamme per la libertà, ma quale libertà?

La storia del mondo arabo dimostra che le lotte interne sono sempre nate per portare a un cambiamento, purtroppo i morti ci sono sempre stati e questa regola non vale solo per il mondo arabo. Ciò che è successo o sta succedendo ora in Maghreb e Mashreq non è altro che espressione di ciò che la storia ci ha già insegnato, la ricerca della libertà è il motore che spinge tutte le rivolte, ma oggi quegli stati che hanno deposto i dittatori l’hanno raggiunta? Vorrei concentrarmi sull’Egitto e su di una notizia che un po’ mi ha scioccato: un blogger egiziano è stato condannato a tre anni di reclusione da un tribunale militare per aver insultato l’esercito: è il secondo; l’altro è stato condannato a 26 anni solo perché nel suo blog aveva caricato i video che dimostravano gli abusi di potere dei militari durante i giorni della protesta.
La prima osservazione che mi viene da fare è che a questo punto pure io sono passibile di incarcerazione, quali parole dovrò scegliere per evitare di essere messo a tacere?
La notizia se viene approfondita offre, poi, degli scenari davvero inquietanti. Sapete come sono nate le proteste in Egitto (e questo vale anche per la Libia)? Grazie al passaparola nato tra i vari blog che si opponevano al potere di Mubarak e gli annunci mandati via facebook. Internet è stato, scusate il gioco di parole, il motore di ricerca per far sì che la libertà cercasse di sfondare i muri dorati dei dittatori.
Ecco il perché delle incarcerazioni dei blogger (ecco perché tutto il mondo dei blogger deve iniziare a tremare), il governo militare che si è instaurato dopo Mubarak oltre a non accettare le accuse (tutte fondatissime e giustissime) di violenze contro i civili ha paura che si possano organizzare nuove proteste. È chiaro che si teme sempre che il potere acquisito venga messo in discussione e allora chi al potere ci va si ingegna in tutti i modi per mettere a tacere tutti quelli che potrebbero, anche solo lontanamente, mettere in discussione la situazione favorevole.
Tante proteste, tanti morti, tanti feriti, che libertà si è ottenuta? Nessuna, anche i migliori rappresentanti del popolo si corrompono appena sentono l’odore dei soldi.
octavio