mercoledì 7 aprile 2010

Abitudine (2° parte)

Vi chiederete il perché di questo mio racconto, il perché del voler mettere nero su bianco la mia storia. In realtà non c’è un motivo particolare. La mia esistenza è sempre stata normale. Io sono sempre stato un uomo normale. Non c’è mai stato niente di superlativo in me e nella mia vita, niente di particolare. Un uomo qualunque, come è pieno il mondo, con un’ esistenza qualunque, con un lavoro, una casa, insomma come tutti. Un uomo normale, almeno fino a quel giorno.
Quel lunedì avevo discusso le mie solite cause, concedendo ad ognuna il giusto tempo, come si richiedeva.
Era giusto così. L’ultimo caso non meritava a mio avviso nessuno spazio in più, nessun tempo in più.  Ma l’avvocato difensore continuava a parlarmi, anche dopo la fine della causa. Non capivo cosa volesse da me, e il suo sbucarmi improvviso da una parte all’altra mi rendeva nervoso.
Non capivo  il suo tormentarsi per una causa semplice: un uomo aveva rubato al fornaio del suo quartiere e ora doveva ripagarlo. Semplice.  Ma non era il suo tormento  a crearmi problema,  quanto piuttosto  il fatto che disturbasse me che mi innervosiva.  Poi per cosa? Non c’era niente di strano nella mia sentenza, avevo applicato la legge come faccio sempre.
Che cosa voleva, quindi, questa donna da me? Che cosa si aspettava che facessi?
Erano già le 17.20 e ancora non avevo riposto via le mie carte, e tutto ciò mi irritava. Il non rispettare la mia prassi, le mie abitudini che con fatica per anni avevo perfezionato, mi irritava, di pessimo umore uscì dall’ufficio e mi rimisi in cammino verso casa.  Camminavo guardandomi intorno e la mia mente era di nuovo libera. Libera di non pensare a niente in particolare. Mi sentì nuovamente sollevato.
Tirai fuori l’orologio dal taschino come facevo sempre quando il semaforo era rosso, ma appena alzai lo sguardo lei era di nuovo di fianco a me.
«Salve Dottore,- disse- posso disturbarla un attimo?» e io mi limitai a guardarla sperando che il mio sguardo irritato e sprezzante bastassero come risposta, e ripresi la mia strada.
«Cammina veloce, ha fretta?»  mi chiese; «No, è il mio passo» risposi io.
«Deve essere un uomo che lavora molto, non si spiegherebbe altrimenti un passo così veloce. Deve svolgere ancora del lavoro a casa?» mi chiese con la sua voce insistente.
Mi irritavano la sue domande, e soprattutto perché quella conversazione non era stata decisa, né da me programmata e la cosa non mi stava affatto bene.
«Le ripeto-dissi. È il mio passo. Comunque non porto mai il lavoro a casa. Vado di fretta perché è il mio passo».
In effetti non c’era fretta. Non avevo niente da fare a casa. Ma questa non era una giustificazione. C’era un orario ben definito per arrivare dall’ufficio a casa e anche se là non mi aspettava niente e nessuno se non un televisore vecchio, c’era comunque un orario da rispettare.
loner

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