lunedì 12 aprile 2010

Abitudine (3° parte)

Ero immerso nei miei pensieri sul tempo e sugli orarti da rispettare, quando la sua voce mi ripiombò addosso ancora una volta: «So che in aula lei ha applicato la legge, ma vorrei che lei fosse, come dicono di lei, più scrupoloso».
«Lo sono stato - dissi - ed infatti ho preso la mia decisione, come mio dovere. Ora non capisco perché continua a seguirmi e a disturbarmi».
«Il mio cliente ha sbagliato è vero - disse - ma non le viene da chiedersi perché l’ha fatto? Che cosa l’ha indotto a rubare? Non è curioso di sapere cosa c’è dietro a questa persona che lei giudica?»
«Non ne capisco il motivo, e nemmeno mi interessa»  conclusi io, sperando di essere stato chiaro.
«Non lo fai mai, quindi, dottore?» chiese nuovamente lei, con quell’arroganza tipica che mi indisponeva. «Che cosa?» risposi io.
«Non si chiede mai i motivi? - rispose lei - Non vuole mai conoscere chi sta dietro al reato che lei assolve e condanna? Decide sempre della vita degli altri senza porsi nessuna domanda? Le informazioni approssimative che riceve in aula sono sufficienti per decidere della vita delle persone?».
Mi ero davvero stancato di lei e della sua presenza, quindi risposi in maniera molto secca e decisa: «È qui che sbaglia. Io non decido niente. Io applico la legge. Sono loro che decidono la loro sorte quando infrangono le regole. E ora la prego di non disturbarmi più».
Dentro di me cresceva un’ira mai provata, poiché stavo avendo una conversazione della quale non mi importava nulla, con un’estranea per di più. E su questioni irrilevanti per di più. Era terminato, ormai, il mio orario di lavoro, diamine!
In realtà era tempo che non parlavo con qualcuno. Non ne ero più capace.
«Tornerò domani, giudice - disse lei - non ho ancora finito quello per cui sono venuta. Tornerò domani» e  salutandomi svoltò l’angolo.
Arrivai a casa, chiusi la porta con la convinzione che avrei chiuso questo episodio senza nessun ripensamento. Preparai la cena, mi sedetti a tavola pronto a tornare a miei pensieri di sempre.
La zuppa non si raffreddava però, ed erano già le nove . Dovevo già aver finito di cenare a quell’ora. Era tutto scombussolato per colpa di quell’estranea e odiavo me stesso perché l’avevo lasciata entrare così nella mia vita.
Non riuscivo, però, a smettere di pensare a ciò che aveva detto, borbottavo e imprecavo contro di lei e contro le sue congetture. Non era da me; non sono uno che si fa sfiorare dalle situazioni. Non capivo perchè la mia mente non potesse tornare alla sua tranquillità di sempre. Cosa c’era che non andava?  Quella donna mi aveva tolto l’unica cosa di cui m’importasse: la mia tranquillità.
Loner

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